Il coraggio è una delle virtù più presenti nella descrizione degli eroi. È ciò che fa sì che l’eroe diventi tale. Tuttavia quando si pensa al coraggio si pensa — appunto perché collegato al concetto di eroe — ad imprese impossibili, a sfide insostenibili, a situazioni fuori dalla portata di molti.
C’è tuttavia un tipo di coraggio — o forse dovrei dire l’unica vera forma di coraggio — che non fa rumore. Non si racconta nei discorsi pubblici, non si celebra nelle cerimonie. È il coraggio di chi sa che tra le sue mani c’è qualcosa di fragile e irreparabile — una vita, un futuro, un momento che non tornerà — e non si tira indietro. Paul Kalanithi lo conosceva da neurochirurgo. Ma lo ha imparato di nuovo, e più in fondo, quando quel qualcosa di fragile era diventato lui stesso.
Di questo coraggio parla il libroQuando il respiro si fa ariadi Paul Kalanithi— giovane neurochirurgo, scrittore, umanista. Un libro scritto dopo la diagnosi di adenocarcinoma polmonare in stadio IV e che Paul non ha fatto in tempo a concludere. È uscito postumo nel 2016, con una postfazione della moglie Lucy. È uno di quei libri che si leggono in silenzio e si posano lentamente, mentre le lacrime non riescono a fermarsi e ci si chiede: ha raccontato di lui o di me?
La neurochirurgia
Paul Kalanithi conosceva bene quel coraggio. Lo esercitava come si esercita una disciplina antica: con precisione, con umiltà, con la consapevolezza silenziosa che la perfezione non esiste ma che si può — anzi si deve — tendere verso di essa, ogni giorno, senza smettere. Perché la perfezione non si può raggiungere, ma si può “credere in un asintoto verso il quale tendere all’infinito”.
Chi ha fatto matematica sa che un asintoto non è una promessa mancata. Non è il segno di un fallimento. Anzi, gli asintoti — rette verso cui la curva si avvicina senza mai toccarle — negli studi di funzione sono uno dei passaggi più belli e più interessanti. L’asintoto è una struttura propria di certi processi: costruiti non per arrivare, ma per tendere. La funzione matematica si avvicina all’asintoto, indefinitamente, senza tuttavia mai toccarlo. In quella tensione perpetua la matematica racconta, a suo modo, qualcosa di più onesto e più vero di qualsiasi punto di arrivo: che avvicinarsi all’infinito è già, di per sé, la risposta.
Kalanithi aveva fatto della propria vita esattamente questo: un avvicinamento continuo, un tendere alla perfezione sapendo di non poterla mai raggiungere. Operazione dopo operazione. Paziente dopo paziente. La neurochirurgia vissuta come vocazione: non una carriera, ma una forma di esistenza, il proprio modo di costruire un mondo migliore.
Ma Paul Kalanithi era anche uno scrittore. Un umanista per formazione. Uno di quegli individui rari in cui la separazione tra conoscenza umanistica e scientifica non è mai esistita, e in cui le due si integrano per dare vita a qualcosa di più alto e di più solido. Aveva cercato nella letteratura le stesse risposte che poi avrebbe cercato nella medicina: cosa significa vivere, cosa rende una vita degna di essere vissuta, dove finisce il corpo e dove comincia la persona. Portava con sé queste domande come si cerca l’aria per respirare, indagava la complessità del confine tra corpo e persona con l’approccio del medico e l’animo dello scrittore.
La vita dopo la diagnosi
Poi un giorno arriva la diagnosi. Adenocarcinoma polmonare, stadio IV. Da scienziato, Kalanithi fa la cosa più naturale — chiede alla sua oncologa di parlare delle curve di Kaplan-Meier che descrivono la prognosi della sua malattia. Le vuole ardentemente. Le cerca con l’urgenza di chi sa leggerle e sa esattamente cosa significano. Sebbene sappia che la mediana di sopravvivenza non è una sentenza personale e che quella curva descrive una storia sì vera ma che non appartiene ad alcun paziente in particolare, lui continua a cercarla.
È convinto — e chi non lo sarebbe? — di potervi trovare una qualche risposta. Quando la paura del futuro — anzi del non futuro — si fa grande, anche il più rigoroso degli uomini vuole che il dato diventi una risposta. Vuole che la funzione stimata su una coorte gli dica qualcosa di personale, di suo, di adesso. È un’illusione che riconosciamo tutti, prima o poi: è il momento in cui vorremmo che la scienza dell’incertezza diventasse certa e cedesse il posto al bisogno umano, urgente, antico, di sapere. Non è debolezza: è umanità. E una delle cose più oneste che Kalanithi fa è ammetterla, senza vergogna, senza paura di mostrare la fragilità in cui la malattia l’ha posto.
A un certo punto però smette. Smette di cercare quelle curve, di interrogarle, di aspettarsi che gli dicano quello che non possono dirgli. Ritrova un mondo più antico, in cui il destino e la tragedia — nel senso più greco del termine — diventano i compagni di viaggio. Non il fato come resa, ma come riconoscimento: ci sono forze che nessuna equazione contiene, e accettarle richiede un coraggio diverso, forse più grande. Come Ettore davanti alle mura di Troia, Kalanithi sa come andrà a finire. E sceglie, nonostante tutto, chi vuole essere. Affronta il destino con la stessa lucidità con cui aveva cercato le curve. Capisce con precisione che quelle curve possono stimare la durata ma non possono orientare il contenuto. Gli possono dire quanto tempo ha in media un paziente con quella diagnosi, ma non possono dirgli nulla su chi vuole essere nel tempo che gli resta.
Dalla progettazione alla pubblicazione, supporto metodologico completo, rigoroso e firmato.
Who is the captain of the ship?
Ed è qui che l’eroe comprende di avere bisogno di rispondere alla seconda domanda. Solo alla seconda. Le curve rappresentavano una forma di certezza nella loro incertezza, ma non contengono la risposta. La risposta su chi si vuole essere sta nel posto meno frequentato da chiunque: dentro sé stessi.
Ma prima di arrivarci, Paul Kalanithi deve fare i conti con un’altra domanda più difficile:Who is the captain of the ship?Chi deve condurre la sua nave? Perché il passaggio da medico a paziente ha sovvertito ogni certezza, ogni ruolo. In sala operatoria lo sapeva chi guidava la nave. Il capitano-chirurgo decide, tiene la rotta, contiene l’incertezza senza trasferirla su chi è già vulnerabile, già spaventato, già esposto. Il paziente non vuole condurre la nave, non può sempre condividere il peso. Vuole solo sbarcare in un porto sicuro, lontano dalla mareggiata che continua a scuoterlo. Cerca fiducia. Vuole che qualcuno sappia come stare nell’ignoto senza perdersi.
Ma adesso Paul si ritrova dall’altra parte. È lui il paziente. E la domanda che aveva posto mille volte agli altri ritorna su di lui, in tutta la sua complessità irrisolta.
E qui il libro fa una cosa rara e secondo me bellissima: non risponde. Non dice che il paziente deve sempre decidere, non dice che il medico deve sempre guidare. Lascia la tensione aperta, perché quella tensione è reale e non si risolve con una formula. Dice che il capitano cambia. Che il timone passa di mano nel momento in cui cambia il tipo di traversata. Che il coraggio non è tenere il controllo a tutti i costi, ma sapere quando cedere la rotta e quando riprenderla. È una domanda che prima o poi la vita pone a tutti, senza risparmiare nessuno.
Conclusione
Questo è un libro sul coraggio. Non sul coraggio eroico, non su quello che finisce nelle biografie e nei necrologi. È un libro sul coraggio quieto, continuo, quasi invisibile, di chi affronta ogni giorno qualcosa di irreparabile e lo affronta lo stesso. Di chi cerca una risposta nei dati e poi trova il coraggio di andare oltre i dati. Di chi affronta la propria morte con la stessa attenzione, la stessa cura, la stessa presenza con cui aveva affrontato quella degli altri: senza distogliere lo sguardo, senza cercare scorciatoie consolatorie.
Paul Kalanithi non ha fatto in tempo a finire questo libro. Lo ha lasciato aperto, come certi teoremi che indicano una direzione senza chiuderla, come certe dimostrazioni che si interrompono sul più bello e ti lasciano lì, con la matita in mano, a chiederti come sarebbe andata a finire.
E forse è giusto così. Perché le cose più vere, quelle che tendono all’asintoto, quelle che si avvicinano senza mai toccare, non finiscono mai davvero.
Si avvicinano. Sempre.
Leggetelo. E non preoccupatevi se vi commuoverà: è normale, anzi è il segno che il lascito di Paul all’umanità continua a produrre frutto, che è esattamente quello che lui voleva. Non importa quale sia il lavoro che svolgete, non importa quanto siate abituati a ragionare con i numeri o con le parole. Questo libro parla a tutti, perché la domanda che Paul si pone — chi voglio essere nel tempo che mi resta — è la più umana che esista. Ed è sempre la più urgente.
Paul Kalanithi,Quando il respiro si fa aria, Mondadori, 2017, 168 pp.
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