Studi clinici di fase I, II e III: innovazione, sfide e significato

MG
Prof.ssa Marilù Garo
Scientific Director · Mathsly Research
Ott 2025
7 min di lettura

Dietro ogni farmaco che troviamo in farmacia c’è un percorso che nessun paziente vede. Anni di sperimentazione, migliaia di decisioni metodologiche, una sequenza precisa di domande a cui la ricerca clinica risponde nell’unico ordine che ha senso. Prima: è sicuro? Poi: funziona? Infine: funziona davvero, su larga scala, in condizioni vicine alla realtà? Queste tre domande corrispondono a tre fasi distinte dello sviluppo clinico — Fase I, Fase II, Fase III — e ognuna ha una logica propria, strumenti propri, limiti propri.

Delle migliaia di molecole che ogni anno mostrano proprietà interessanti in laboratorio. Ma solo una piccola frazione supera la ricerca preclinica e arriva alla sperimentazione sull’essere umano. E tra queste, solo pochissime completano l’intero percorso e diventano farmaci approvati. Capire come funzionano queste fasi non è un esercizio da addetti ai lavori. È il modo per leggere la letteratura scientifica con più consapevolezza e per capire cosa significa, davvero, che un farmaco ha dimostrato di funzionare.

Fase I: la prima volta nell’uomo

La Fase I è il momento in cui una molecola — fino ad allora testata solo in laboratorio o su modelli animali — viene somministrata per la prima volta a un essere umano. È un passaggio carico di cautela, e la domanda a cui cerca di rispondere è volutamente circoscritta: il farmaco è sicuro e tollerabile nell’uomo?

I partecipanti sono pochi, generalmente tra venti e ottanta, e nella maggior parte dei casi si tratta di volontari sani. La scelta non è casuale: escludere la variabilità legata alla malattia permette di osservare il comportamento della molecola in condizioni più pulite. Fanno eccezione contesti come l’oncologia, dove la tossicità potenziale è elevata e non avrebbe senso esporre persone sane. In quel caso i partecipanti sono pazienti che hanno già esaurito le opzioni terapeutiche standard.

Il disegno tipico è quello della dose escalation. Si inizia con quantità minime del farmaco e si aumenta progressivamente, monitorando con attenzione la comparsa di effetti collaterali. L’obiettivo è trovare la dose massima tollerata — il limite oltre il quale la tossicità diventa inaccettabile. Parallelamente si studiano la farmacocinetica, cioè come il farmaco viene assorbito, distribuito, metabolizzato ed eliminato dall’organismo, e la farmacodinamica, cioè gli effetti biologici che produce sul suo target.

Dal punto di vista metodologico, la Fase I ha una particolarità: il numero ridotto di partecipanti rende poco utili i test statistici tradizionali. Si ricorre invece a metodi adattivi e bayesiani, come ilContinual Reassessment Method, che aggiorna continuamente la stima della dose ottimale man mano che i dati vengono raccolti, cercando di ottenere il massimo dell’informazione con il minimo rischio per i partecipanti.

I limiti strutturali di questa fase sono chiari. Con così pochi soggetti non è possibile rilevare eventi avversi rari, e l’efficacia terapeutica resta per ora fuori dalla porta. La Fase I non risponde alla domanda se il farmaco funziona — risponde solo alla domanda se è abbastanza sicuro da poter continuare.

Fase II: il primo banco di prova dell’efficacia

Superata la verifica iniziale di sicurezza, il farmaco entra in una fase più ambiziosa. La Fase II è il primo momento in cui si cerca una risposta alla domanda che tutti aspettano: il farmaco funziona? E a quale dose funziona meglio?

I partecipanti sono ora pazienti affetti dalla malattia target — tra cento e trecento, in genere — selezionati con criteri diagnostici precisi. Il disegno dello studio diventa più strutturato: spesso randomizzato, talvolta in doppio cieco, con un gruppo di controllo che riceve placebo o terapia standard. Non si tratta ancora di una dimostrazione definitiva di efficacia, ma di una raccolta di evidenze preliminari abbastanza solide da giustificare — o sconsigliare — il passo successivo.

Gli endpoint in questa fase sono spesso surrogati. Non si misura ancora la sopravvivenza o la riduzione degli eventi cardiovascolari, ma parametri più immediati come la variazione di un biomarcatore, la riduzione di un valore di laboratorio, il miglioramento di un parametro fisiologico. Nel caso di un nuovo antidiabetico, per esempio, si osserverà la riduzione dell’emoglobina glicata rispetto al basale e rispetto al gruppo di controllo, identificando al tempo stesso la dose che offre il miglior equilibrio tra efficacia e tollerabilità.

Dal punto di vista statistico, la Fase II richiede attenzione particolare al calcolo della dimensione del campione. Se è troppo piccolo si rischia di non rilevare differenze reali. Se è troppo grande, si rischia di rendere significativi effetti modesti che nella pratica non cambiano nulla. Vengono spesso adottati disegni adattivi, che permettono aggiustamenti intermedi sulla base dei dati parziali, e si calcolano effect size e intervalli di confidenza per dare un’idea non solo della significatività statistica ma anche della rilevanza clinica dei risultati.

La Fase II è stata descritta come il collo di bottiglia dello sviluppo clinico: è qui che molte molecole vengono abbandonate, perché non mostrano un’attività sufficiente o perché il profilo di sicurezza si rivela problematico. Solo quelle che superano questo filtro passano alla fase successiva, dove le condizioni di test si avvicinano finalmente alla complessità della pratica reale.

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Fase III: la prova definitiva

La Fase III è dove si decide il destino di un farmaco. Tutto ciò che è stato costruito nelle fasi precedenti — il profilo di sicurezza, le prime evidenze di efficacia, la dose ottimale — deve ora essere confermato su larga scala, in condizioni metodologicamente rigorose e su popolazioni più ampie e rappresentative.

Il numero di partecipanti sale a centinaia, spesso a migliaia, distribuiti in più centri e spesso in più paesi. I criteri di inclusione ed esclusione restano rigorosi ma diventano meno restrittivi, per avvicinarsi alla variabilità reale dei pazienti. Il disegno è quasi sempre randomizzato, controllato e in doppio cieco — quello che abbiamo imparato a riconoscere come il gold standard della ricerca clinica.

Gli endpoint cambiano natura: non più surrogati, ma outcome clinici “duri”. Sopravvivenza globale, incidenza di eventi cardiovascolari, qualità della vita misurata con strumenti validati. È questa la soglia che separa il promettente dall’utile: dimostrare che un farmaco riduce un biomarcatore è interessante, dimostrare che riduce la mortalità è un’altra cosa.

Un esempio emblematico è lo sviluppo degli inibitori di SGLT2 per il diabete di tipo 2. Dopo risultati promettenti nelle fasi precedenti, i trial di Fase III hanno arruolato migliaia di pazienti e misurato endpoint cardiovascolari duri — rivelando una riduzione significativa degli eventi e cambiando profondamente le linee guida terapeutiche.

Dal punto di vista statistico, la Fase III è la più esigente. Il calcolo della dimensione del campione deve essere preciso, basato sull’effect size atteso e sulla variabilità stimata. I protocolli includono analisi pianificate a priori, controllo rigoroso dell’errore statistico e spesso analisi intermedie con regole prestabilite per l’interruzione anticipata. Se i dati mostrano un beneficio schiacciante prima della fine prevista, i pazienti del gruppo di controllo hanno il diritto di accedere al trattamento sperimentale. Se l’inefficacia è evidente, continuare sarebbe inutile e potenzialmente dannoso.

Nonostante tutto questo rigore, circa la metà dei farmaci che arrivano alla Fase III non riesce a soddisfare i criteri di efficacia richiesti. È un filtro severo — ma è esattamente questo il suo scopo.

Fase IV: la vita reale comincia dopo l’approvazione

Ottenuta l’autorizzazione all’immissione in commercio, il farmaco non smette di essere studiato. La Fase IV — la sorveglianza post-marketing — è il momento in cui il trattamento entra nella pratica clinica quotidiana e viene osservato su popolazioni molto più ampie e eterogenee di quelle dei trial: pazienti anziani, con comorbidità, in politerapia, con caratteristiche che i criteri di inclusione delle fasi precedenti avevano spesso escluso.

Questa fase serve soprattutto a identificare effetti avversi rari o tardivi, che non erano emersi per la dimensione limitata del campione o per la durata relativamente breve del follow-up. Il caso del rofecoxib — un antinfiammatorio ritirato dal mercato dopo che gli studi post-marketing rivelarono un aumento significativo del rischio cardiovascolare, nonostante un profilo di sicurezza apparentemente accettabile nelle fasi precedenti — ha reso evidente quanto questa sorveglianza sia indispensabile.

L’etica come parte del metodo, non come vincolo esterno

In ogni fase, il rigore metodologico è inseparabile dal rigore etico. Il consenso informato non è una firma su un modulo. È un processo continuo, che richiede che ogni partecipante comprenda davvero obiettivi, rischi, benefici e la libertà di ritirarsi in qualsiasi momento. Nelle fasi precoci, dove l’incertezza è massima e il beneficio diretto per il partecipante può essere minimo, questo principio è ancora più esigente.

I Comitati Etici indipendenti — composti da clinici, biostatistici, giuristi, rappresentanti dei pazienti — valutano il protocollo prima dell’avvio e monitorano l’andamento dello studio. Hanno l’autorità di sospenderlo se emergono rischi inattesi. Non è un controllo burocratico: è la condizione perché i risultati abbiano legittimità scientifica e sociale.

Capire le fasi dello sviluppo clinico non significa saper progettare un trial — significa saper leggere cosa c’è dietro un’approvazione, cosa garantisce un risultato e dove i limiti restano aperti.Ogni farmaco che funziona ha attraversato questo percorso. Ogni farmaco ritirato dal mercato ci ha insegnato qualcosa su dove il percorso non era abbastanza solido. La ricerca clinica non è una garanzia di certezza assoluta — è il metodo più rigoroso che abbiamo per avvicinarci ad essa.

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Nota editoriale

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