Quattro cuori verso la Luna: la medicina spaziale ai confini dell’ignoto

MG
Prof.ssa Marilù Garo
Scientific Director · Mathsly Research
Apr 2026
12 min di lettura

1 aprile 2026, 18:14 ora locale dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, un razzoSpace Launch Systemalto quasi cento metri lascia la rampa di lancio 39B — la stessa dalla quale partivano gliSpace Shuttle— portando in orbita quattro astronauti a bordo della capsulaOrion Integrity. Reid Wiseman (50 anni, comandante, 165 giorni nello spazio in missioni precedenti), Victor Glover (49 anni, pilota, 167 giorni), Christina Koch (47 anni, specialista di missione, 328 giorni) e Jeremy Hansen (50 anni, specialista di missione canadese, alla sua prima esperienza spaziale) stanno per compiere qualcosa che nessun essere umano fa da cinquantaquattro anni: andare oltre l’orbita terrestre bassa.

La missione Artemis II è un volo circumlunare di circa dieci giorni. Non atterreranno sulla Luna — il primo allunaggio del nuovo programma è atteso non prima del 2028. Orion volerà tra 6.500 e 7.600 chilometri dalla superficie lunare nel punto di massimo avvicinamento, molto più lontano rispetto alle missioni Apollo che orbitavano a circa 110 chilometri dalla superficie. Apollo 13, su traiettoria di emergenza dopo l’esplosione a bordo, passò a soli 254 chilometri: un confronto che rende evidente quanto diversa sia la geometria del volo di Artemis II. Al punto di massima distanza dalla Terra, la missione potrebbe superare i 400.000 chilometri, battendo il record stabilito proprio dall’Apollo 13 nel 1970 — 400.171 chilometri — un primato nato non per ambizione ma per necessità. Fred Haise, astronauta dell’Apollo 13 oggi novantaduenne, ha detto direttamente a Christina Koch: «Ho sentito che romperete il nostro record.»

C’è un momento nel viaggio che vale la pena immaginare. Mentre Orion passa sul lato nascosto della Luna — quello che non vediamo mai dalla Terra — gli astronauti non potranno comunicare con il centro di controllo della NASA per 30-50 minuti. Saranno soli, più soli di qualsiasi essere umano vivente, nella parte più remota della Luna che occhi umani abbiano mai osservato da vicino in cinquantaquattro anni. Per la medicina spaziale, quei minuti di silenzio radio sono anche un test: tutti i sistemi di supporto vitale dovranno funzionare in completa autonomia.

La NASA sa come mandarli. Ma quello che succederà al loro corpo — in modo preciso, misurabile, individuale — è ancora in parte una domanda aperta. Ed è qui che entra la scienza di cui ci occupiamo ogni giorno: la biostatistica.

Il problema del campione di quattro

C’è un paradosso al cuore della medicina spaziale. Per fare buona ricerca clinica servono campioni grandi, randomizzazione, gruppi di controllo, follow-up prolungati. Al contrario, per studiare gli effetti dello spazio profondo sul corpo umano in questo viaggio si hanno a disposizione quattro persone, nessun gruppo di controllo, una missione di dieci giorni e l’impossibilità di replicare l’esperimento a piacimento.

Artemis II è, dal punto di vista metodologico, uno studio osservazionale su quattro individui altamente selezionati. Non c’è randomizzazione, cecità. E Non c’è un campione statisticamente rappresentativo: ci sono quattro adulti sani, fisicamente eccezionali, con centinaia di giorni di esperienza spaziale cumulata alle spalle, tranne Hansen, che è alla sua prima missione. Un dettaglio non irrilevante: se stessimo pianificando un trial clinico classico, l’esperienza spaziale pregressa sarebbe quasi certamente tra i criteri di stratificazione o selezione, proprio perché introduce eterogeneità nella risposta fisiologica.

I risultati non potranno essere generalizzati con piena fiducia statistica. Ma ciò non diminuisce il valore dell’osservazione: l’obiettivo in questo caso non è capire cosa succede alla popolazione generale nello spazio profondo, bensì capire cosa succede agli esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa, in un ambiente che la Stazione Spaziale Internazionale non replica, per ridurre progressivamente i rischi delle missioni future. I viaggi spaziali hanno un futuro ed ogni dato raccolto oggi è un mattone verso una medicina spaziale capace di proteggere chi ci andrà.

C’è una differenza cruciale tra Artemis II e le missioni sulla ISS che vale la pena sottolineare. La Stazione Spaziale Internazionale orbita a circa 400 chilometri dalla superficie terrestre ed è parzialmente protetta dal campo magnetico terrestre. Artemis II va oltre quella protezione: è il primo volo umano nello spazio profondo dall’Apollo 17. Le radiazioni cosmiche, la microgravità in ambiente cislunare, gli effetti psicologici della distanza dalla Terra, tutto questo è qualitativamente diverso da quello che misuriamo sulla ISS. I dati che raccoglieremo non sono un’estensione di quelli già disponibili: sono dati nuovi, in un ambiente nuovo.

In medicina spaziale, un campione di quattro non è una limitazione da accettare con rassegnazione, bendì è il punto di partenza obbligato di una ricerca che non ha alternative. La sfida metodologica è estrarre il massimo di conoscenza da una finestra di osservazione unica e irripetibile.

I cinque pericoli: il framework RIDGE della NASA

La NASA ha identificato cinque categorie di rischio per la salute degli astronauti nelle missioni nello spazio profondo, sintetizzate nell’acronimo RIDGE:Space Radiation(radiazioni cosmiche),Isolation and Confinement(isolamento e confinamento),Distance from Earth(distanza dalla Terra),Gravity fields(campi gravitazionali variabili), eHostile/Closed Environments(ambienti ostili e chiusi). Non sono rischi indipendenti: si alimentano e si aggravano a vicenda, rendendo il problema della salute spaziale fondamentalmente sistemico.

Per una missione di dieci giorni come Artemis II, i rischi acuti sono gestibili. Ma ogni missione è anche un esperimento: i dati raccolti oggi costruiranno i modelli di rischio per le missioni di domani, quelle di settimane o mesi sulla superficie lunare, e un giorno i sei mesi verso Marte. È il principio fondamentale della ricerca traslazionale applicato allo spazio: si studia il breve per preparare il lungo.

Microgravità: quando il cuore perde il suo punto di riferimento

La prima cosa che cambia quando si lascia la gravità terrestre è la distribuzione dei fluidi nel corpo. In condizioni normali, la gravità mantiene una quota significativa del volume ematico nelle gambe e nella parte inferiore del corpo. In microgravità — tecnicamente non è mai gravità zero, perché la massa dei corpi genera sempre una minima attrazione gravitazionale — questo gradiente scompare. Il sangue si ridistribuisce verso la parte superiore del corpo e verso il torace, aumentando il volume ematico centrale.

Le conseguenze per il sistema cardiovascolare sono immediate e studiate sistematicamente fin dalle prime missioni spaziali. Nei primissimi giorni di volo, l’aumento del volume ematico centrale porta a un incremento della gittata cardiaca. Il corpo risponde attivando meccanismi di compenso: il sistema renina-angiotensina-aldosterone viene inibito, si perde liquido attraverso i reni, l’ematocrito aumenta. Nel giro di qualche giorno, il volume ematico totale si riduce.

Cosa dicono le evidenze scientifiche

Ma la ridistribuzione dei fluidi è solo l’inizio. Studi condotti durante le missioni MIR e sulla Stazione Spaziale Internazionale hanno documentato una perdita di massa del muscolo cardiaco dell’8-10% già dopo voli di breve durata, dieci giorni, esattamente la durata di Artemis II. Il cuore, privato della necessità di pompare contro la gravità, si adatta riducendo la propria massa. La forma stessa dell’organo cambia: da ellittica sulla Terra diventa più sferica nello spazio, per tornare alla forma originale nel giro di tre giorni dal rientro. Anche le aritmie rappresentano un rischio documentato: fin dalle missioni Apollo si sono osservati casi di extrasistoli ventricolari associati a ipokaliemia (carenza di potassio nel sangue), e durante le missioni MIR vennero registrati 75 episodi di aritmia, di cui 14 di fibrillazione atriale.

Questi dati emergono da due narrative review pubblicate su Cardiology in Review nel 20221e nel 20232, di cui sono coautrice. I due lavori hanno sistematicamente analizzato gli effetti della microgravità e delle radiazioni cosmiche sul sistema cardiovascolare, raccogliendo la letteratura disponibile dalle prime missioni spaziali fino ad oggi. La conclusione è chiara: il sistema cardiovascolare è uno degli organi più vulnerabili all’ambiente spaziale, e le conoscenze attuali restano ancora incomplete per le missioni di lunga durata

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Radiazioni cosmiche: tre tipi di minaccia invisibile

Oltre l’orbita terrestre bassa, la protezione del campo magnetico terrestre scompare quasi completamente. Gli astronauti di Artemis II saranno esposti a tre fonti distinte di radiazioni, ciascuna con caratteristiche fisiche e biologiche diverse.

I raggi cosmici galattici sono particelle ad alta energia che provengono da fuori il sistema solare — principalmente ioni di idrogeno ed elio, con una componente di nuclei più pesanti come il ferro e il silicio. Sono continui, isotropi, e praticamente impossibili da schermire completamente con i materiali attuali. Le particelle intrappolate nelle fasce di Van Allen circondano la Terra a distanze che Artemis II attraverserà in fase di uscita e rientro. Gli eventi di particelle solari sono infine emissioni improvvise e intense dal Sole, legate alle eruzioni solari e alle espulsioni di massa coronale: meno penetranti dei raggi galattici, ma potenzialmente molto più intensi in brevi periodi. Per Artemis II, la NASA monitora continuamente le previsioni di meteorologia spaziale. Un’eruzione solare intensa durante la missione richiederebbe che l’equipaggio si rifugiasse nella zona più schermata della capsula entro trenta minuti dall’allerta.

Anche esposizioni relativamente brevi producono effetti misurabili sul sistema cardiovascolare. Le radiazioni ad alto LET — le particelle pesanti — causano rotture del DNA a doppio filamento, inducono stress ossidativo nelle cellule endoteliali e possono accelerare i processi aterosclerotici. Le cellule endoteliali sono particolarmente sensibili: l’esposizione produce un fenotipo proinfiammatorio e profibrogeno, con aumento dell’espressione di molecole di adesione e attivazione di cascate infiammatorie che favoriscono la formazione di placche. Per una missione di dieci giorni il rischio acuto è contenuto. Ma i dati raccolti oggi serviranno a costruire i modelli di rischio per missioni future di mesi.

Gli esperimenti biomedici a bordo di Orion

A bordo diOrion Integrity, i quattro astronauti non sono solo esploratori: sono anche soggetti di ricerca volontari. La raccolta di campioni biologici — sangue, urine, saliva — è iniziata circa sei mesi prima del lancio, e continuerà durante il volo e dopo il rientro. Questo disegno longitudinale pre/durante/post è metodologicamente prezioso: permette a ciascun astronauta di fare da proprio controllo, confrontando i valori in-flight con i valori basali individuali.

Il programma scientifico di Artemis II include sette aree di ricerca principali, coordinate dall’Human Research Programdella NASA. Il progetto ARCHeR —Artemis Research for Crew Health and Readiness— utilizza braccialetti indossabili che monitorano continuamente movimento, qualità del sonno, frequenza cardiaca e parametri comportamentali. Inoltre, il progettoSpaceflight Standard Measures, attivo sulla ISS dal 2018, per la prima volta raccoglierà dati nello spazio profondo: è un database longitudinale che mira a costruire una comprensione sistematica di come il volo spaziale modifica il corpo umano nel tempo. Il progetto AVATAR utilizza chip di organi — dispositivi miniaturizzati contenenti tessuti umani vivi, in questo caso midollo osseo — per studiare gli effetti di radiazioni e microgravità a livello cellulare in tempo reale senza coinvolgere direttamente i corpi degli astronauti.

Per il monitoraggio delle radiazioni, Orion trasporta sei sensori attivi distribuiti in punti diversi della cabina, oltre ai dosimetri personali indossati da ciascun astronauta. Questa rete di sensori permetterà di costruire una mappa tridimensionale dell’esposizione alle radiazioni all’interno della capsula: un dato fondamentale per progettare le schermature delle missioni future.

La selezione degli astronauti è essa stessa un filtro statistico enorme. Wiseman, Glover, Koch e Hansen sono tra le persone fisicamente più monitorate del pianeta. I loro valori basali sono documentati con una precisione senza paragoni nella medicina clinica ordinaria. Questo rende il confronto pre/post missione scientificamente potente, anche con un campione di quattro.

Il problema dell’inferenza: cosa possiamo concludere

Quando gli astronauti torneranno, i ricercatori avranno una quantità enorme di dati. La domanda metodologica fondamentale sarà: cosa si può concludere?

Sicuramente, si possono documentare con precisione quello che è successo a questi quattro individui specifici: i cambiamenti fisiologici, i marcatori infiammatori, le alterazioni cardiovascolari, le variazioni cognitive. Si possono confrontare con i valori basali individuali e con i dati delle missioni precedenti. Si possono identificare pattern e notare le differenze rispetto all’orbita terrestre bassa.

Quello che non si può fare è generalizzare con piena fiducia statistica a popolazioni più ampie. Quattro osservazioni non sono un campione rappresentativo. La variabilità individuale nella risposta fisiologica allo stress spaziale è enorme. Senza campioni più grandi, non si può stimare con precisione la distribuzione di queste risposte nella popolazione degli astronauti futuri, né costruire modelli predittivi robusti. È un limite reale e riconoscerlo è parte della buona pratica scientifica.

La medicina spaziale affronta questo limite con strumenti specifici. I dati di Artemis II verranno integrati con quelli delle missioni precedenti attraverso meta-analisi che combinano campioni piccoli ma altamente informativi. Verranno usati modelli bayesiani che aggiornano le stime di rischio man mano che arrivano nuovi dati. Verranno sviluppati modelli predittivi basati su surrogate endpoint, ossia marcatori biologici misurabili che predicono gli esiti clinici rilevanti senza attendere gli esiti stessi.

Perché questo riguarda anche la medicina sulla Terra

C’è un aspetto spesso trascurato della medicina spaziale: quello che impariamo nello spazio torna sulla Terra. La microgravità è un modello estremo di condizioni che esistono anche in medicina ordinaria. L’allettamento prolungato — i pazienti costretti a letto per settimane dopo un intervento chirurgico, o i pazienti di terapia intensiva — produce effetti cardiovascolari sorprendentemente simili a quelli della microgravità: ridistribuzione dei fluidi, perdita di massa muscolare cardiaca, rischio di trombosi venosa, alterazioni della regolazione autonomica.

I protocolli di esercizio fisico sviluppati per prevenire il decondizionamento cardiovascolare degli astronauti hanno influenzato i programmi di riabilitazione cardiaca sulla Terra. Le tecnologie di monitoraggio continuo sviluppate per lo spazio hanno anticipato i dispositivi indossabili che oggi usano milioni di pazienti cardiaci. La ricerca sulle radiazioni spaziali ha contribuito alla comprensione dei meccanismi di danno cardiovascolare da radioterapia nei pazienti oncologici.

Artemis II non è solo una missione verso la Luna. È un laboratorio volante in cui si studiano le risposte fisiologiche umane in condizioni estreme — e quei risultati alimenteranno la ricerca medica per decenni. I dati raccolti ora serviranno anche per le missioni successive: Artemis IV e V, previste per il 2028, quando per la prima volta gli astronauti tenteranno l’allunaggio vero e proprio. Ogni giorno di dati raccolto oggi è un giorno di rischio in meno per chi scenderà sulla superficie lunare.

Quattro persone stanno per andare più lontano di chiunque altro da cinquant’anni. Il loro corpo subirà cambiamenti, adattamenti, risposte a un ambiente per cui l’evoluzione non ci ha preparati. Per 30-50 minuti passeranno sul lato nascosto della Luna, in silenzio radio, completamente soli — più lontani dalla Terra di qualsiasi essere umano vivente.

Quei dati raccolti nel buio dello spazio profondo — preziosi, rari, irripetibili — alimenteranno modelli statistici, meta-analisi, protocolli medici. Sapere cosa misurare, come analizzarlo e cosa possiamo lecitamente concludere non è un dettaglio tecnico: è il passo fondamentale per rendere le future esplorazioni più sicure. È questo il contributo silenzioso della biostatistica e della metodologia della ricerca a ogni missione spaziale.

Riferimenti bibliografici

  1. Giacinto O, Pelliccia F, Minati A, De Crescenzo F, Garo ML, Chello M, Lusini M. Cosmic Radiations and the Cardiovascular System: A Narrative Review. Cardiol Rev. 2024 Sep-Oct 01;32(5):433-439. doi: 10.1097/CRD.0000000000000521. Epub 2022 Dec 28. PMID: 36728769.↩︎
  2. Giacinto O, Garo ML, Pelliccia F, Minati A, Chello M, Lusini M. Heart Disease and Microgravity: The Dawn of a New Medical Era?: A Narrative Review. Cardiol Rev. 2025 Jan-Feb 01;33(1):64-69. doi: 10.1097/CRD.0000000000000581. Epub 2023 Jul 10. PMID: 37428118.↩︎
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