La misura e il senso: scienza e umanesimo

MG
Prof.ssa Marilù Garo
Scientific Director · Mathsly Research
Ago 2026
6 min di lettura

«Dove comincia l’oro della storia

e dove ciò che essa respinge ai margini,

nel limbo dei reietti?»

Maria Luisa Spaziani, Transito con catene (1977)

Chi stabilisce cosa conta? Chi decide cosa merita di essere ricordato e cosa viene lasciato cadere nel silenzio? La poetessa Maria Luisa Spaziani pone questa domanda con la precisione di chi sa che non ha una risposta semplice. La storia ufficiale celebra, seleziona, costruisce narrazioni. E nel farlo, cancella. Cancella la sofferenza ordinaria, le vite comuni, cancella tutto ciò che non entra nel racconto del progresso. Il confine tra ciò che resta e ciò che svanisce non è mai neutro: è sempre una scelta, spesso invisibile, quasi sempre irreversibile.

In quegli stessi anni, Oriana Fallaci scriveva di Alekos Panagulis — intellettuale e rivoluzionario greco, poeta, ma più di tutto uomo che non sapeva fermarsi. Non stava rispondendo a Spaziani, non ne aveva l’intenzione. Eppure, rileggendo oggi quelle pagine, qualcosa risuona. Gli artisti e i poeti, scrive la Fallaci, rincorrono sempre qualcosa di nuovo, ricominciando daccapo con un’ostinazione che sembra incoerenza e invece è la forma più pura di coerenza. In quella descrizione c’è qualcosa che assomiglia a una risposta. Una risposta non cercata, non dichiarata, ma comunque presente: chi non si rassegna all’oblio, chi torna e cerca e dà voce a ciò che il racconto ufficiale ha lasciato cadere, sta facendo esattamente questo. Sta decidendo che qualcosa conta. E nel fare ciò il poeta o l’artista utilizza uno strumento apparentemente distante: il rigore.

«Non ne hanno il tempo, neanche la voglia, perché devono sempre rincorrere qualcosa di nuovo, ricominciare sempre daccapo, ancora ed ancora, con una incoerenza che a pensarci bene è straordinaria coerenza.»
Oriana Fallaci, Un uomo (1979)

Un rigore, profondo e ostinato come quello di un chimico o di un matematico. Ed è proprio questo rigore condiviso che ci permette di accostare due mondi che sembrano distanti: perché anche la scienza, a modo suo, si confronta con la stessa domanda della poetessa. La scienza dà la sua risposta con altri strumenti. Dietro ogni punto di una curva di sopravvivenza c’è qualcuno che ha aspettato una diagnosi, attraversato un trattamento, continuato a vivere o smesso di farlo. La curva trattiene queste storie nell’unica forma in cui la scienza riesce a tenerle insieme. Dà loro un posto sulla linea, non una voce. Salva i dati, ma perde le storie. Anche la misura, come la storia di Spaziani, decide cosa entra e cosa resta fuori. Anche lei, presa da sola, non basta.

Ed è qui che i due saperi – quello umanistico e quello scientifico – si trovano. Non come opposti che si compensano, ma come forme diverse dello stesso bisogno. Dove la misura ammutolisce, la parola riprende voce. Dove la parola non riesce ad arrivare, la misura riduce l’oblio: i dati non raccontano le vite dei singoli, ma ci dicono che quelle persone sono esistite, che in un determinato momento erano al mondo, che hanno lasciato una traccia anche quando il racconto non ce la fa ad arrivare fino a loro. Insieme rispondono alla domanda della Spaziani meglio di quanto ciascuno possa fare da solo: insieme decidono che qualcosa conta e che qualcosa non andrà perduto.

Eppure nel mondo reale continuiamo a raccontarci il contrario: la conoscenza umanistica e la conoscenza scientifica come due forme diverse di conoscenza. La scienza sarebbe il regno della freddezza, del metodo, della distanza, dell’oggettività che non si lascia toccare. Le discipline umanistiche sarebbero il regno opposto, quello del sentimento, dell’interpretazione, di tutto ciò che non si misura ma si sente nell’anima. Quasi che i due mondi siano espressione di due temperamenti diversi. Due fratelli dalla diversa indole. Due modi di stare nel mondo che si guardano con rispetto, ma da lontano, senza mai toccarsi ed in alcuni casi contrastandosi.

Ma è davvero così? C’è davvero un muro che distanzia la conoscenza umanistica da quella scientifica? Abbiamo imparato a vivere questa divisione a scuola, l’abbiamo respirata nell’università, l’abbiamo riprodotta nelle carriere. Come se la mente di ognuno di noi fosse già orientata verso una forma di conoscenza piuttosto che un’altra. Come se scegliere significasse rinunciare.

Ma chi ha studiato matematica sa che una dimostrazione può essere elegante o goffa, che due prove dello stesso teorema non sono equivalenti se una ha grazia e l’altra no.Hardy, uno dei più grandi matematici del Novecento, scrisse che non esiste posto permanente per la matematica brutta. E con ciò si riferiva alla matematica nel senso estetico, lo stesso senso con cui si afferma che una sinfonia è brutta. La bellezza in matematica non è ornamento: è indizio di verità. L’armonia non è in matematica un vezzo da matematici: è l’essenza stessa del ragionamento. Le equazioni più profonde hanno quasi sempre una forma che colpisce prima di essere capita. Le percepisci, le senti sulla pelle giuste prima di dimostrare che lo sono.

E chi lavora con la lingua, con i testi, con la storia, conosce bene il rigore che quel lavoro richiede. Una fonte va verificata. Un’attribuzione va provata. Un’interpretazione regge solo finché regge l’evidenza che la sostiene. Quando l’evidenza cambia, deve cambiare anche l’interpretazione. I poeti cercano la parola giusta con la stessa ostinazione con cui un chimico cerca l’equilibrio di una reazione. Il ritmo di una frase non è ornamento: è struttura, è senso, è logica anche quando sembra tutto illogico. La precisione con cui si legge un testo letterario non è diversa, nel metodo, da quella con cui si legge un protocollo.

Keplero cercava le leggi del moto planetario e cercava al contempo bellezza, come una sola entità, non come due mondi separati. Aveva un’idea estetica dell’universo che precedeva le equazioni e le orientava. Dante costruì la Commedia con una precisione cosmologica assoluta, e dentro quella struttura esatta fece stare tutto il peso dell’emozione umana: il terrore, la pietà, la speranza, la luce. Non si contraddicevano. Si sostenevano e si alimentavano a vicenda.

Non è che la scienza e l’umanesimo si compensino — come se uno avesse il caldo e l’altro il freddo, e insieme raggiungessero una temperatura accettabile. E non sono nemmeno le facce di una stessa medaglia. Sono un’unica grande forma di conoscenza, fatte della stessa materia. Il rigore non appartiene alla scienza: appartiene alla conoscenza. La bellezza non appartiene all’arte: appartiene alla conoscenza. Il sentimento — quel sentire che attribuiamo per abitudine alle sole discipline umanistiche — non è ciò che manca al metodo scientifico né un privilegio della sensibilità letteraria: è la condizione perché qualunque ricerca abbia senso.

Ed in questo contesto la curva di sopravvivenza smette di essere un grafico su un foglio e diviene conoscenza nel senso più alto del termine. La misura ha salvato quelle storie dall’oblio — ha dato loro un posto, una forma, una presenza nel sapere, anche se non riesce a restituirle intere con i loro vissuti. È a questo punto che la parola reclama la sua parte: è la parola — la poesia, la letteratura, qualunque linguaggio che sappia stare dentro l’esperienza umana — a fare quel secondo gesto: dare voce a ciò che i numeri trattengono in silenzio. Non si sostituiscono. Si completano. Insieme fanno ciò che né l’una né l’altra riesce a fare da sola: tenere insieme la misura e il senso, il dato e la vita che quel dato conteneva.

I saperi non si integrano. Si riconoscono come parti di qualcosa che non è mai stato diviso, che è rimasto intero anche mentre noi costruivamo i corridoi. La distanza tra la formula e la poesia è molto più corta di quanto ci abbiano insegnato. Forse non è mai esistita. Forse era solo il tempo che ci mettevamo a vederle per quello che sono: la stessa cosa.

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