Il 4 dicembre 1926 Einstein scrisse una lettera al fisico Max Born. Born gli aveva spiegato che la nuova meccanica quantistica descriveva il comportamento delle particelle solo in termini probabilistici: non si può sapere dove si trova un elettrone, solo quanto è probabile trovarlo qui o là. Einstein rispose con parole precise:«Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge.»La frase che tutti citano — “Dio non gioca a dadi” — è una semplificazione nata dopo. L’originale era un confronto, non uno slogan.
È ormai un luogo comune pensare che Einstein fosse nemico della meccanica quantistica. Non era così. Ne era uno dei fondatori, sebbene proprio lui non sapesse di esserlo. Nel 1921 aveva vinto il Nobel per l’effetto fotoelettrico — la scoperta che la luce si comporta come un insieme di pacchetti discreti di energia, i fotoni — un contributo decisivo alla rivoluzione quantistica. Eppure quella stessa teoria, negli anni in cui prendeva forma, non lo convinceva. La criticava dall’interno, da qualcuno che la conosceva profondamente e che credeva fosse incompleta. Dovevano esistere, da qualche parte, delle “variabili nascoste” — informazioni che la teoria non riusciva ancora a vedere — che avrebbero restituito al mondo la sua natura deterministica. Il caso, per Einstein, non era una proprietà fondamentale della realtà. Era un sintomo di ignoranza: sapevamo ancora troppo poco.
Nel 1935, insieme a Boris Podolsky e Nathan Rosen, formulò un esperimento mentale — il paradosso EPR — per dimostrare che la meccanica quantistica era incompleta. L’idea di partenza era quella dell’entanglement: due particelle che hanno interagito restano in qualche modo connesse, anche dopo essersi separate. Misurare una — conoscerne la posizione, la velocità, lo spin — sembra determinare istantaneamente lo stato dell’altra, indipendentemente dalla distanza. Per Einstein questo era inaccettabile. Significava che un’informazione viaggiava tra le due particelle più velocemente della luce, il che contraddiceva la relatività. La sua spiegazione alternativa era che le particelle portassero già con sé tutte le informazioni fin dall’inizio — informazioni nascoste che la teoria quantistica semplicemente non riusciva a vedere.
Nel 1964 il fisico irlandese John Bell trasformò questa disputa in matematica. Ragionò così: se le variabili nascoste esistono davvero, allora i risultati delle misurazioni su particelle entangled devono rispettare certi limiti precisi — le disuguaglianze di Bell. Se invece la meccanica quantistica ha ragione, quei limiti vengono violati. Gli esperimenti, condotti a partire dagli anni Ottanta, diedero una risposta netta: le disuguaglianze venivano violate. Le variabili nascoste non esistono. La realtà è probabilistica nel suo cuore più profondo, e Einstein aveva torto.
Anche il genio più grande può avere torto. Ma le domande giuste, anche quelle sbagliate nella risposta, fanno avanzare la scienza più delle certezze.
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