So di non sapere

MG
Prof.ssa Marilù Garo
Scientific Director · Mathsly Research
Mag 2026
8 min di lettura

C’è una scena che ritorna, in forme diverse, in quasi ogni contesto in cui mi trovo a ragionare di ricerca e formazione. Qualcuno — uno studente, un professionista, a volte un ricercatore esperto — pone una domanda. Prima che la risposta arrivi, qualcun altro ha già aperto lo smartphone. Trenta secondi dopo, lo stesso espone la risposta appena letta. Essa è lì: precisa, ben formulata, spesso corretta nei fatti. Chi non sapeva — ha dovuto aprire uno smartphone per informarsi — è già diventato esperto. La conversazione si chiude come unipse dixitdell’autorità di internet. E con una superficialità al limite della presunzione, si passa oltre.

Nessuno ha pensato nulla. Eppure chi ha fatto l’affrettata ricerca e chi ha ascoltato la sensata risposta hanno la sensazione di aver capito.

Questa scena mi preoccupa più di qualsiasi errore statistico o metodologico che abbia mai incontrato. Non perché la risposta sia sbagliata. Anzi. Negli ultimi tempi l’intelligenza artificiale produce risposte sempre più accurate, sempre più difficili da distinguere dalla comprensione vera. Ciò che mi preoccupa è il gesto. Cercare invece di ragionare, ricevere invece di costruire. Un gesto che sta diventando talmente automatico da sembrare normale. Da sembrare, addirittura, efficiente.

Viviamo in un’epoca in cui l’accesso alla conoscenza non è mai stato così immediato, così ampio, così democratico. Provengo da un tipo di scuola in cui internet non esisteva ancora e la forma più avanzata di messagistica negli ultimi anni di liceo era fare uno squillo sul cellulare, per dire “ti sto pensando” senza spendere un occhio della testa in telefonate, figuriamoci cercare online (nessuno di noi aveva la minima idea di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco). Internet ha reso disponibile in pochi secondi quello che prima richiedeva ore in biblioteca. L’intelligenza artificiale ha aggiunto un livello ulteriore: non solo l’informazione grezza, ma la sintesi, l’interpretazione, la risposta già elaborata. È un progresso reale. Non ho nessuna intenzione di negarlo. Non oso immaginare la bellezza di studiare ora daccapo le guerre puniche o il teorema di Weierstrass con questi strumenti in mano.

Ma c’è qualcosa che né Internet né l’AI possono fare al posto nostro: pensare. Confondere l’accesso con il sapere, la risposta con la comprensione, è forse l’errore epistemico più pericoloso del nostro tempo. Pericoloso non perché produca ignoranza visibile, ma perché produce un’ignoranza che non si riconosce come tale. Un’ignoranza che si sente sapere.

So di non sapere

Atene, V secolo a.C. Socrate gira per la città — c’è un verbo greco bellissimo per descrivere questo suo passeggiare,agorazein, daagorà— e fa domande. Vuole capire chi sappia davvero quello di cui parla. La storia di come arriva alla sua famosa conclusione ce la racconta Platone nell’Apologia.

Un amico di Socrate, Cherefonte, era andato a Delfi a consultare la Pizia, la sacerdotessa dell’oracolo di Apollo. Le aveva chiesto chi fosse l’uomo più sapiente di Atene. La risposta fu: Socrate. Lui, che sapeva di non essere sapiente, rimase sconcertato. Decise allora di mettersi alla prova. Andò a cercare qualcuno più saggio di lui per dimostrare che l’oracolo si sbagliava. Interrogò i politici, i poeti, gli artigiani. Trovò ovunque la stessa cosa. Persone convinte di sapere molto che in realtà sapevano poco, e persone che sapevano cose concrete ma credevano che questo bastasse a renderle sapienti in senso più ampio.

E quando Socrate lo mostrò, con quella chiarezza implacabile che era la sua firma, lo odiarono per questo. Perché smascherare il non sapere altrui è il gesto meno perdonato. Alla fine del lungo confronto, Socrate rimase con una sola certezza: che lui almeno sapeva di non sapere. E questo, paradossalmente, lo rendeva più saggio di tutti.

La frase che la tradizione gli attribuisce —so di non sapere— non compare in questa forma esatta nei testi platonici, ma ne è la parafrasi più fedele: le cose che non so, scrive Platone nel testo greco dell’Apologia, neppure credo di saperle. Non come formula di umiltà retorica, ma come atto fondativo del pensiero. Come riconoscimento che il vuoto non è qualcosa da riempire in fretta, ma la condizione necessaria per cominciare a capire davvero.

Dopo Socrate e Platone, il concetto è rimasto in vita. Nel Quattrocento, Nicola Cusano lo riprende e lo trasforme in un trattato filosofico — laDocta ignorantia, la dotta ignoranza — sostenendo che riconoscere i limiti del proprio sapere non è una sconfitta intellettuale, ma la forma più alta di conoscenza accessibile all’uomo.

Chi è convinto di sapere a priori, non impara nulla: non per pigrizia, ma per mancanza di domanda. Non sente il bisogno. Il sapere autentico inizia esattamente lì: nel momento in cui si riconosce che la risposta che si aveva non era abbastanza, che la procedura che si eseguiva non era comprensione, che la sintesi letta in trenta secondi non era pensiero.

Questo non era ovvio nel V secolo. Non lo è oggi. Anzi: oggi è più difficile arrivarci, perché le risposte arrivano così in fretta da non lasciare spazio al vuoto. E il vuoto — quella zona scomoda in cui non si sa ancora, in cui la domanda è viva e la risposta non c’è — è esattamente il luogo in cui il pensiero accade.

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L’illusione della pienezza

Michel de Montaigne, nel Cinquecento, aveva già visto il problema seppur in forma diversa, ma con la stessa struttura. Viveva circondato di libri, in una torre piena di sentenze incise sulle travi del soffitto. Eppure scriveva:«Sapere a memoria non è sapere»: è solo tenere in custodia alla memoria ciò che ci è stato dato. L’accumulo non è sapere. La citazione non è pensiero. La biblioteca non ragiona.

Quello che Montaigne descriveva per i libri vale oggi, moltiplicato per un ordine di grandezza, per Internet e per l’AI. Non perché questi strumenti siano cattivi: non smetterò mai di dirlo, non lo sono, anzi sono tecnologia che rende più accessibile e democratico il sapere. Ma perché creano qualcosa di sottile e potente: la sensazione di pienezza. La sensazione che la risposta sia arrivata, che il problema sia risolto, che si possa passare oltre.

Simone Weil, filosofa francese del Novecento, chiamavaattenzionela forma suprema dell’intelligenza: la capacità di sostare su qualcosa, di non cedere alla fretta di concludere, di lasciare che la domanda lavori prima di cercare la risposta.

“L’attenzione è la forma più rara e pura della generosità.” — Simone Weil, lettera a Joë Bousquet, 13 aprile 1942

È esattamente quello che la velocità dell’accesso contemporaneo rende difficile: non trovare le risposte, ma resistere alla tentazione di fermarsi alla prima che arriva.

Per chi fa ricerca, questo non è un problema astratto. È la differenza tra usare un modello statistico e capirlo. È la differenza tra leggere un paper e interrogarlo. La risposta giusta ottenuta senzaragionamentonon forma nessuna competenza trasferibile. Non insegna nulla su come affrontare la prossima domanda. E non costruisce quel rapporto conl’incertezzache è il cuore stesso del metodo scientifico.

La tecnologia come compagna

Non sto dicendo di spegnere lo smartphone. Non sto dicendo che l’AI sia un mostro da evitare o che Internet abbia impoverito il pensiero. Sto dicendo qualcosa di diverso. Questi strumenti sono potenti esattamente nella misura in cui chi li usa ha già sviluppato la capacità di ragionare in modo autonomo. E quella capacità non si delega perché non si può delegare, per definizione.

Una bussola è uno strumento straordinario. Ma non cammina al posto nostro. Non decide quale strada prendere. Non sa perché stiamo andando dove stiamo andando. Chi non sa orientarsi non diventa un buon navigatore comprando una bussola migliore.

L’AI può sintetizzare letteratura, proporre ipotesi, trovare pattern in dati enormi, tradurre, correggere, organizzare. Può fare cose che prima richiedevano ore o erano semplicemente impossibili. Ma non può fare la domanda giusta al posto nostro. Non può riconoscere quando un risultato è plausibile ma sbagliato. Non può sapere cosa non sa e questa è, come Socrate aveva capito duemilacinquecento anni fa, la competenza fondamentale.

Il ricercatore che usa l’AI sapendo cosa cerca, sapendo valutare quello che riceve, sapendo quando fidarsi e quando no, è un ricercatore che ha in mano uno strumento tecnologico straordinario. Il ricercatore che invece usa l’AI per non dover pensare, sta semplicemente automatizzando la propria fragilità concettuale. Sta eseguendo a velocità più alta. Sta svuotando il suo lavoro della sua forza più vera: quella che nessuna tecnologia può automatizzare o sostituire.

Tornare alla strada

La strada del sapere autentico non è scomparsa. Non è stata cancellata dalla tecnologia, né dalla fretta, né dalla pressione accademica. È ancora lì. Ma richiede un gesto che l’epoca attuale rende controcorrente: fermarsi prima di cercare la risposta. Sostare nel vuoto della non conoscenza abbastanza a lungo da sentire davvero la domanda. Ammettere — a sé stessi, prima che agli altri — che non si sa ancora.

So di non saperenon è una confessione di debolezza. È il punto di partenza di ogni pensiero che valga qualcosa. È la differenza tra chi usa la conoscenza e chi la costruisce. Tra chi esegue e chi ragiona. Tra chi ha trovato una risposta e chi ha capito qualcosa.

Tornare a quella strada non significa rinunciare agli strumenti che abbiamo. Significa usarli per quello che sono: compagni di un cammino che resta nostro. La bussola non decide la direzione. Il ragionamento sì. E il ragionamento — questo è il punto che Socrate aveva capito e che vale ancora oggi, intatto — non si eredita, non si scarica, non si delega. Si costruisce ogni volta, da capo, nel momento in cui si ha il coraggio di non sapere ancora.

La domanda giusta viene sempre prima della risposta giusta. Ed è sempre, inevitabilmente e umanamente, nostra.

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Nota editoriale

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